Quando si viaggia, il più delle volte, si va di fretta e senza che ciò abbia sempre un ragionevole motivo. Non ci si accorge però che, proprio a causa di questa irragionevole corsa, manchiamo di offrire la giusta attenzione a ciò che andrebbe “assaporato” con lentezza. Memori di ciò, doveste transitare per il Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino, dedicatevi del tempo prezioso presso un nuovo angolo gastronomico: “L’Antica Focacceria San Francesco”, secondo locale più antico d’Italia con sede a Palermo, che qui a Roma ha inaugurato il 15 Gennaio. Una vera e propria oasi, che non merita una siesta solo per l’ottimo cibo, capace ad un tempo di deliziare i palati e rimembrare sapori e colori della meravigliosa Sicilia; ma perché dietro tutto questo c’è una storia. È quella di Vincenzo Conticello e comincia nel 2005, quando l’imprenditore palermitano (proprietario della Focacceria insieme ai fratelli) decide di denunciare chi gli estorceva il pizzo. Primo caso nel capoluogo siculo. Ma questa denuncia è il motivo per cui, invitati a partecipare all’evento inaugurale del locale, vi possiamo accedere solo previa registrazione dei documenti presso la Polizia di Stato, lo stesso motivo per cui, da quel giorno, la vita di Vincenzo Conticello è cambiata. Una vita che ha cessato di essere normale: divenuta sotto scorta, non permette viaggi, passeggiate con la famiglia o cene con più di pochi amici. Questo è quanto ci racconta lo stesso Conticello, al quale chiediamo dunque:
Potendo tornare indietro rifarebbe la scelta di denunciare?
Assolutamente si! Certo, la mia vita è stata stravolta, io ho perso molte delle mie libertà ma al tempo in cui l’ho fatto io le denunce stavano a zero, oggi se ne contano più di duecento a Palermo.
Il suo gesto dunque ha avuto un grande valore esemplare…
Il mio gesto è stato un gesto normale, apparso straordinario in un contesto in cui ad essere normale è l’illegalità. Già prima di denunciare il pizzo avevo denunciato tutti soprusi che mi venivano fatti. Ho vissuto un periodo lungo di attacchi: il mio modo di lavorare onesto, in un quartiere difficile come la Calsa di Palermo, dava fastidio alla Mafia. Gli attacchi erano al locale: sabotaggi quasi continui, ogni mese cambiavano. Una volta l’acqua, una volta la luce, una volta furto. Da questo siamo arrivati agli attacchi alla clientela, se i clienti mangiavano in un locale qui vicino non gli succedeva niente, se mangiavano da noi la macchina la trovavano distrutta. Qualcuno è stato pure malmenato. In seguito gli attacchi si sono rivolti direttamente alla mia famiglia. Prima l’incendio alla macchina di mio fratello, poi l’uccisione del mio gatto, che voleva dire che erano entrati a casa mia, che sapevano dove abitavo. La paura a quel punto è andata oltre la ragione, non riuscivo più a gestirla, ma sono andato avanti. È stata la mia vittoria e oggi qui se ne vedono i risultati.
Dopo gli atti intimidatori, il 25 Novembre 2005, sono venuti a riscuotere il pizzo. Lei ha denunciato questo atto e vi è stato l’intervento dei Carabinieri che, in seguito alle sue denunce, già monitoravano la situazione. Ci dica la verità, credeva in un intervento così repentino delle forze dell’ordine?
Io ho sempre avuto fiducia nello Stato. Non l’avessi avuta non avrei mai denunciato! Il lavoro dei Carabinieri condotto mediante intercettazioni ambientali, video, li ha portati ad individuare nel gito di quattro mesi il capo, Spadaro, persona di grande spicco, già implicato in un grande processo, e condannato all’ergastolo. E paradossalmente se con l’ergastolo aveva fatto solo otto mesi di carcere con la mia situazione è stato condannato a sedici anni (…) Tutto questa fa credere che c’è uno Stato efficiente, c’è una forza di polizia che sa fare le indagini. Questo è un aspetto positivo che emerge della mia situazione.
Il messaggio però sembra troppo ottimistico. Le denunce sono cresciute, è vero, ma ci sono tanti imprenditori che ancora pagano il pizzo e soprattutto il fenomeno mafioso è ben lontano dall’essere debellato. Come spiegare tutto questo?
Il mio di certo è solo un caso tra mille. Anche io conosco imprenditori che il pizzo continuano a pagarlo perché, in qualche modo, lo hanno già messo in conto. E il prezzo che pagano è da loro considerato meno oneroso rispetto a quello che sto pagando io. Il problema è che c’è ancora mancanza di fiducia nelle istituzioni. La burocrazia e la politica attuale – con il loro modus operandi – fanno sì che le persone si tengano lontane da esse. Per di più, credo che le istituzioni siano state prese alla sprovvista e si siano mostrate impreparate a gestire il fenomeno delle denunce: queste sono cresciute rapidamente, dimostrazione che la società civile è stanca e vuole reagire alla Mafia; ma a questa società, ai cittadini lo Stato deve saper garantire protezione.
Alla inaugurazione dello store è presente l’Onorevole Veltroni, membro della Commissione Antimafia, proprio in rappresentanza delle istituzioni. C’è un consiglio che data la sua esperienza si sente di dare a chi deve lavorare proprio per conquistare la fiducia dei cittadini per poter lottare insieme contro tutte le mafie?
Il mio consiglio può essere solo quello di avvicinarsi alla gente: ai piccoli imprenditori, alle famiglie. Fare sentire che lo Stato c’è, per proteggerli e risolvere problemi concreti. La Mafia ha sempre saputo farlo: finchè lo stato con le armi della legalità non sarà in grado di sostituirla, la lotta sarà impari.
Ci sentiamo però di affermare che un’arma nella lotta può essere il successo dei buoni esempi. Il suo lo è senz’altro: un esempio di vittoria della legalità ma anche del merito. Ci racconta come è nata l’idea de: “L’Antica Focacceria San Francesco” a Fiumicino?
Semplicemente l’Amministrazione degli “Aeroporti di Roma” ha indetto un concorso per l’assegnazione di questo spazio all’interno dell’ area imbarchi D. Diversi architetti e imprenditori hanno presentato i loro progetti e il nostro è stato quello vincente. Siamo stati premiati – perché lo meritavamo – dopo tutto quello che abbiamo subito. È la nostra occasione, dopo l’apertura di un altro punto vendita in centro a Milano, di portare in Italia l’immagine di una Sicilia diversa e più genuina. E spero che il mio caso diventi un esempio soprattutto per gli studenti universitari, che non perdano fiducia e con cui sono disposto a collaborare per promuovere quei valori che ho sempre portato avanti nel mio lavoro e nella mia vita.
È questa la storia di Vincenzo Conticello. E come le più classiche ha avuto un lieto fine e da cui si può trarre una morale: che i valori della legalità e del merito, se difesi strenuamente, possono essere le armi del successo. Anche nell’Italia di oggi!
E se tutto questo non sia solo una favola lo chiediamo all’Onorevole Walter Veltroni, presente all’inaugurazione.
Quello di Conticello è solo un caso isolato, o è la testimonianza che la Stato sta compiendo passi in avanti concreti nella lotta all’illegalità? Lei rappresenta le istituzioni oggi, cosa queste stanno facendo in tal senso e cosa possono ancora fare?
Io credo che così come tanto è stato fatto, soprattutto riguardo alla sensibilizzazione della società civile contro la criminalità organizzata, allo stesso modo ci sia tanto ancora da fare. All’inizio sono stati letti i messaggi del Presidente della Camera e del Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, ed entrambi hanno sottolineato come la lotta alle mafie è una priorità assoluta per lo Stato. Credo che tenendo ciò a mente e continuando su questa strada si vedranno ulteriori progressi.
Vincenzo Conticello ci ha detto che uno dei problemi della lotta dello Stato contro la mafia è stata l’impreparazione alla ricezione delle denunce da parte dei cittadini commercianti, cresciute rapidamente. Lei cosa ne pensa?
Ma io credo che più che un problema di impreparazione vi sia stato un problema di collusione. Lo Stato non potrà combattere in modo credibile il fenomeno mafioso fino a quando si verificheranno fenomeni di infiltrazione e contaminazione all’interno delle stesse istituzioni.
Passiamo alle due parole chiave e che stanno a cuore soprattutto a noi studenti: legalità e merito. Questo locale può davvero diventarne un esempio?
Assolutamente si! È innanzitutto un esempio di buona imprenditoria e di come il lavoro onesto alla lunga ripaghi degli sforzi. Sono contento per Vincenzo e per Roma, da ex-sindaco, che aggiunge alle possibilità che già offriva, quella di gustare un ottimo cibo siciliano.
Emanuela Perinetti Casoni
Si ringrazia Martina Capriotti per la collaborazione